La questione della cosiddetta “privatizzazione” dell’acqua tiene banco in molti consigli comunali. Innanzitutto occorre ricordare che i deputati della Lega sono stati accusati di far parte di un gruppo di “Rifondazione Leghista”, tanto la nostra posizione è storicamente a difesa dell’acqua pubblica.

La Lega infatti vuole una normativa che salvaguardi il ruolo dei nostri comuni e la pubblica proprietà delle reti e, pur promuovendo l’iniziativa privata come preteso dall’Europa, riduca i costi per le pubbliche amministrazioni e garantisca la migliore qualità dei servizi. Nell’attuazione delle direttive europee la Lega inoltre vuole che l’amministrazione pubblica – qui si è concentrata buona parte dei nostri sforzi – possa continuare ad optare per la gestione diretta (in house). Il Governo, incaricato dal Parlamento di redigere il Regolamento sulla disciplina dei servizi pubblici locali (previsto dall’art. 23-bis del Decreto-legge 112/2008) ha chiesto al Parlamento un ulteriore intervento chiarificatore per meglio tutelare quegli Enti locali che vogliono continuare a gestire l’acqua in proprio, ovvero con le proprie società municipalizzate (in house vale a dire affidamento diretto a società a capitale pubblico controllata dal pubblico).

Fermo restando che l’Europa chiede la messa in gara dei servizi pubblici locali perché con la concorrenza i servizi ai cittadini dovrebbero migliorare di qualità e diminuire nei costi. In base alle indicazioni europee, il ricorso all’affidamento in house può essere ammesso solo “qualora ricorrano obiettive ragioni tecniche od economiche”. La difficoltà incontrata nell’ultimo decennio ad oggi è tutta qui: è infatti difficile definire quali siano queste ragioni tecniche o economiche per evitare di incorrere nelle sanzioni. Il risultato ottenuto dalla Lega è che il Parlamento ha ribadito, per l’ennesima volta, che le reti, il patrimonio pubblico, erano, sono e resteranno dei cittadini.
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