Lega Nord Landriano
Apr
10

Si preoccupano di Telecom per lucrare

di Dario Galli

Passata la breve pausa pasquale, non c’è dubbio che le prime pagine dei giornali torneranno a riempirsi degli argomenti di sempre: l’Udc fuori o dentro… Prodi resiste o non resiste? Ma soprattutto si riprenderà a parlare dell’affare Telecom. Alle persone normali, quelle impegnate nella battaglia quotidiana per sopravvivere alle difficoltà e alle pastoie burocratiche che lo Stato ci infligge, la questione oggettivamente interessa abbastanza poco. Da anni queste persone telefonano, inviano e-mail e fax senza più bisogno della telefonia di Stato e della stessa non sentono più il bisogno.

Si interessano a Telecom solo per curiosità e al massimo si domandano perché mai una nazione intera si dovrebbe preoccupare per un’azienda che ha 30-40 miliardi di debiti e che è famosa ormai più per le prestazioni televisive della moglie dell’ex presidente che non per questioni oggettive di importanza economica. In effetti, semplificando padanamente, la questione la si potrebbe risolvere qua.

In Italia, la telefonia mobile (almeno quella per fortuna) è da anni in regime di effettiva concorrenza, con la conseguente riduzione di costi (le famiglie spendono molto perché i figli sono sempre attaccati al telefonino, ma il costo allo scatto è crollato rispetto a dieci anni fa). La telefonia fissa è sempre più in crisi e io personalmente non metterei un centesimo sulla possibilità che fra qualche lustro ci saranno ancora in giro doppini telefonici o altro per trasmettere informazioni e che il tutto, invece, non avverrà esclusivamente via etere.

Telecom però ha rappresentato e rappresenta l’essenza dell’economia di Stato e della connivenza tra politica e finanza.

Qualche anno fa l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema sponsorizzò una cordata di “imprenditori” (senza soldi, ma “coraggiosi”) che, con l’aiuto o meglio la complicità di banche “amiche”, comprarono l’azienda per poi semplicemente rivenderla, dopo poco tempo, con una plusvalenza (guadagno) di svariate migliaia di miliardi delle vecchie lire. Il gioco lo si sarebbe voluto ripetere già l’anno passato (nel caso Rovati che tutti ricorderemo) pensando addirittura di far riacquistare la rete fissa dallo Stato (cioè dal contribuente padano) ringraziando così la gentile disponibilità di Tronchetti Provera e portandosi in casa l’ennesimo bidone pubblico. Il tutto ovviamente non gratis, poiché solo i puri di cuore (o gli stupidi) possono pensare che tutti questi avvenimenti non abbiano lasciato per strada copiose “provvigioni” a tutti i protagonisti. Del resto anche i puri di cuore si saranno domandati come molti “manager” della finanza rossa abbiano anche loro potuto accumulare milioni di euro su conti cifrati nei paradisi fiscali.

L’arrivo di acquirenti stranieri ovviamente scombina questa consolidata regia rendendo impossibile manovrare con la stessa facilità imprenditori che non conoscono i costumi italiani. E allora giù sproloqui sulla italianità delle aziende strategiche, giù rigurgiti patriottici sulla importanza del controllo nazionale dei settori strategici. Sarà difficile spiegare al cittadino normale, quello di cui sopra, perché la stessa attenzione non sia stata prestata quando si è cercato di costituire un polo bancario padano, ma si è preferita la calata dei nord-europei a mettere le mani sui nostri risparmi; o perché l’area liberal dei cattocomunisti abbia salutato con entusiasmo la possibilità di acquisto da parte degli spagnoli della rete autostradale italiana.

Forse ci sono stranieri buoni e stranieri cattivi? Oppure ci sono settori più strategici e altri meno? Ovvero: se arriva uno straniero “normale” va tutto bene, invece se arriva l’amerikano le pulsioni sessantottine degli attuali ministri ex-bombaroli riaffiorano con tutta la loro veemenza? Oppure gli scienziati economici e militari che abbiamo al Governo si preoccupano dell’ingresso degli yankee nelle telecomunicazioni italiane, mentre non hanno nulla da dire sul fatto che gli egiziani (e quindi il mondo islamico) controllano già da anni Wind e chissà quant’altro ancora? O forse i nostri governanti pensano che gli americani, che con i loro satelliti possono leggere la timbratura sul biglietto della metropolitana, abbiano bisogno di comprare quattro sgangherate centrali telefoniche per carpire i nostri segreti?

Evidentemente no. Per farla breve i centrosinistri dividono il mondo in categorie semplici ed essenziali: gli americani non vanno bene, tutti gli altri sì. Le aziende degli amici, o di quelli che possono essere controllati, vanno tutelate, le altre chissenefrega.
La Lega ha sempre difeso l’importanza dell’attaccamento territoriale delle imprese. Ma non è contraria al libero mercato. Il problema non è di chi ci mette i soldi, ma delle regole che si devono rispettare e del ritorno per il territorio e per i cittadini che le imprese economiche possono avere. L’improvviso patriottismo dei nostri attuali governanti ci lascia perplessi, perché sono gli stessi governanti che non hanno mosso un dito quando la Lega, da sola, ha condotto la battaglia per i dazi e le quote di importazione, non certo perché pensasse di poter fermare l’avanzata cinese o indiana, ma perché un conto è far finta che il problema non esista - e se le aziende chiudono chissene importa - un altro è gestire con progressività la legittima crescita economica dei Paesi emergenti mantenendo in vita le aziende essenziali all’occupazione e al nostro reale benessere.

Allo stesso modo ci lasciano perplessi l’assoluto disinteresse per le nostre aziende, che vengono criminalizzate e costrette a chiudere per l’eccesso d’imposizione fiscale e la criminalizzazione del lavoro da una parte, mentre dall’altra ci si scopre improvvisamente difensori della necessità di mantenere le imprese sul nostro territorio.

I Bertinotti e compagni, che si scoprono filo-imprenditoriali, sono gli stessi che vogliono mettere in galera i piccoli imprenditori che non riescono a pagare un mese di dichiarazione Iva, o che vogliono far chiudere i negozi che in cinque anni (!) non emettono tre scontrini fiscali. Sono gli stessi che hanno preso a bastonate gli allevatori perché il latte tedesco è più buono di quello italiano, gli stessi che hanno aumentato l’imposizione fiscale a imprese e dipendenti in cambio di una riduzione del cuneo fiscale che esiste solo nel loro cervello, ma che nessuno nelle fabbriche ha ancora visto.

Con questo non voglio dire che il fatto che stranieri si impossessino della Telecom mi lasci totalmente indifferente, ma voglio semplicemente dire che la Telecom è solo una frazione infinitesimale del Paese reale, fatto da gente che continua a sopravvivere nonostante la cultura politica anti-industriale, a pagare le tasse, a fare occupazione, in definitiva a tenere in piedi questo Stato, compresi i suoi inetti governanti. Voglio solo dire che questa levata di scudi è dovuta soltanto alla preoccupazione di perdere potenziali affari in un prossimo futuro. Il fatto che Telecom o altri escano dalla sfera di controllo romana aggiunge solo un po’ di disprezzo al tanto che avevo già nei confronti di questa gente.

Per fortuna la Padania, con i suoi padani e le sue imprese vere, è lontana da Roma. E l’Italia vista da qui diventa sempre più piccolina.

[Data pubblicazione: 10/04/2007]

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