Pensioni, l’assistenzialismo vince al Sud
Ormai è inutile coltivare speranze: trascorse le ferie natalizie, la “furia riformatrice” di questo governo si abbatterà anche sul sistema delle pensioni. E in attesa che Prodi ci metta le mani sopra e ne contamini definitivamente le potenzialità, la Cgia di Mestre ha provveduto a elaborare un’istantanea della situazione previdenziale in Italia nel corso del lustro 2000-2005.
Si può così scoprire che l’aumento totale delle pensioni ammonta a 1.221.616 unità. In termini assoluti la quota raggiunta è pari a 23.257.480 assegni erogati ai nostri pensionati da tutti gli enti previdenziali italiani. L’incremento medio espresso in termini percentuale è quindi pari al 5,54%. A guidare la classifica degli aumenti sono le regioni del Sud. La Campania è leader in questa graduatoria con il 13,43%, segue la Calabria con l’11,60%. Unica eccezione tra le regioni del Nord è la Valle d’Aosta che si piazza al terzo posto con un incremento, registrato sempre tra il 2000 e il 2005, del 11,50%. Al quarto posto la Sardegna (11,02%) e al quinto la Puglia (10,78%). Anche le pensioni assistenziali (e quindi le pensioni e gli assegni sociali, le pensioni di indennità agli invalidi civili, etc.) hanno subito un incrmento medio del 41,05% a fronte di una media dlle pensioni Ivs (quelle di invalidità, vecchiaia, anzianità e superstiti) dell’1,72% e a una contrazione di quelle indennitarie (legate agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali) pari al 16,8%.
Lo stesso segretario della Cgia, Giuseppe Bertolussi, nel commentare questi dati ha manifestato preoccupazione «per il forte aumento delle pensioni assistenziali che in regioni come la Campania e la Calabria hanno segnato aumenti rispettivamente del 65 e del 60% contro variazioni registrate nelle regioni del Centro-Nord pari al 35%. Probabilmente - ha concluso Bertolussi - in sede di discussione politica sulla riforma del nostro sistema previdenziale previsto per l’inizio del prossimo anno, una particolare attenzione merita il comparto assistenziale che presenta squilibri territoriali poco giustificabili».
Il tema pensioni rischia di creare profonde spaccature all’interno della maggioranza che già di suo non ha mai rappresentato un esempio di coesione e unità d’intenti. Ieri a ostentare un profondo scetticismo nei confronti dell’ultimo intervento del premier Prodi ci ha pensato il presidente della commissione Esteri del Senato Lamberto Dini: «Sono molto deluso» ha esordito rispondendo al cronista de Il Messaggero. «Applicare solo incentivi - ha continuato - significherebbe fare un notevole passo indietro rispetto alla riforma Maroni che comunque è legge dello Stato. Così non può andare. O si fa un passo avanti oppure ci teniamo lo “scalone” che è in vigore». Il punto, secondo il senatore dell’Ulivo che è stato il padre della riforma del 1995, «è che l’età di pensionamento va aumentata. Lo ha detto recentemente anche Piero Fassino - ha ricordato Dini -. Siccome l’aspettativa di vita è cresciuta, bisogna andare in pensione più tardi per evitare di ridurre le prestazioni». Per Dini, «il solo ricorso agli incentivi aggrava la situazione attuale, perché il limite dei 60 anni a regime porterà un risparmio di 9 miliardi l’anno, che con gli incentivi non può essere garantito». La flessibilità che il governo intende recuperare, aggiunge, «si realizza proprio con un sistema di premi e penalizzazioni incentrati però sul nuovo limite di età e quindi i 60 anni: si può andare in pensione prima - ha sottolineato - con un importo un po’ più basso». Il giudizio dello stesso esponente politico è rintracciabile anche sulle colonne del Quotidiano Nazionale: «Il governo può tener conto dei lavori usuranti - ha evidenziato Dini -, che dovrebbero essere in particolare la metallurgia e le catene di montaggio. E può anche applicare incentivi e disincentivi, ma alla nuova età pensionabile, non a quella esistente di 57 anni. Sessanta anni come minimo». «La legge 335 che porta il mio nome -ha proseguito - prevedeva che dopo 10 anni si facesse una verifica della sostenibilità del sistema tenendo conto dell’aspettativa di vita. E poiché l’aspettativa di vita è aumentata, bisogna o innalzare l’età del pensionamento o ridurre il rapporto salario-pensione». La verifica, aggiunge, non è stata fatta nel 2005 «e nemmeno nel 2006, ma seguendo la mia riforma dovremmo arrivare a questo». Quanto alla proposta del presidente della Camera Fausto Bertinotti che rispolverando il logoro concetto della lotta di classe aveva chiesto di escludere dalla riforma tutti gli operai, Dini ha tacciato tale richiesta come «inaccettabile». «Tutti gli operai fanno un lavoro usurante? Ci sono anche impiegati che fanno lavori usuranti. Se si fanno esenzioni per categorie così larghe si creano discriminazioni inique».
L’ultimo parere del ministro del Lavoro Cesare Damiano sul tema previdenza è invece quello raccolto dal Mattino: «Non si possono tagliare le pensioni per fare cassa - ha spiegato il ministro -. Non abbiamo bisogno di interventi urgenti o radicali. Ma solo di aggiustamenti da realizzare attraverso la concertazione. Nessuno metterà in discussione i diritti acquisiti. I lavoratori e i pensionati possono stare tranquilli». Damiano sembra voler dare quindi rassicurazioni sul fatto che non interverrà in modo drastico sulla piattaforma approntata dall’ex ministro del Welfare Roberto Maroni: «Non bisogna parlare - ha spiegato infatti - di una nuova riforma». Di più, il ministro ha ammesso che «siamo tra i Paesi che dispongono di un sistema tra i più avanzati». Ma per conseguire l’obiettivo di un equilibrio nel medio e lungo periodo sono necessari «interventi di manutenzione che definiremo con la concertazione». Il ministro, forse spaventato dall’idea di non aver preso le distanze in modo troppo deciso dall’operato del Centrodestra, procede poi a riallinearsi drasticamente alle direttive partite dall’alto: «Sono d’accordo con Prodi sull’idea di concentrarci sugli incentivi. Lavoreremo per correggere o eliminare lo scalone, introdurre i contributi figurativi per chi non ha lavoro, rivalutare le pensioni in essere e non solo quelle minime, introdurre nuovi ammortizzatori sociali. Tutte misure che costano. Prodi ha escluso i disincentivi ma ha fatto riferimento all’allungamento della vita e al conseguente adeguamento del sistema». Nonostante le voci stonate di diversi membri della sua maggioranza Damiano non può però esimersi dal riconoscere l’importanza di alzare l’età della pensione: «È inutile - ha aggiunto infatti - dire di essere contro l’innalzamento dell’età pensionabile: è stata già alzata dal precedente governo. Dall’1 gennaio 2008, i requisiti minimi per andare in pensione sono 60 anni di età e 35 di contributi. Vogliamo correggere questo aumento brutale, in una sola notte, di tre anni. Lasciando aperta una porta al di sotto dei 60 anni, individuando quei lavori usuranti che devono andare in pensione prima degli altri». C’è ancora il tempo per esprimere un auspicio che purtroppo profuma tanto di utopia: «Ho sottolineato -ha infatti concluso Damiano - la necessità di una forte regia politica da parte del governo che deve parlare con una sola voce. Sarebbe inaccettabile che i ministri che si trovano a confrontarsi con le parti sociali fossero scavalcati in corso d’opera o a conclusione di un accordo. È un richiamo che faccio a tutti. Un buon negoziato può aprirsi se le parti si presentano al tavolo con una posizione unitaria. Non sarebbe accettabile avere dei battitori liberi su temi socialmente così delicati».
Ma arginare questi battitori liberi, e non solo sul tema delle pensioni, sarà una sfida alquanto impegnativa per il Governo. Se non, addirittura, persa in partenza…
Fonte: La Padania
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